venerdì 21 febbraio 2014

Ucraina: l’infermiera è viva. Ed è nazista

di



Crisi ucraina. Diventata il simbolo delle proteste, è una militante del gruppo neonazista Settore Destro


 

Ieri i media di tutto il mondo — spe­cie gli ita­liani — hanno ser­vito un «sim­bolo» degli scon­tri di Kiev: l’infermiera Ole­sya Zhu­ko­v­ska che, ferita nella bat­ta­glia, twit­tando «Muoio» è diven­tata «mar­tire di Mai­dan». In realtà è ancora viva e il suo viso ange­lico ha finito per rap­pre­sen­tare l’Ucraina che «vuole l’Europa, con­tro il regime filo russo». Ieri però su Vkon­takte, il face­book russo, lei ha rac­con­tato la sua sto­ria e la sua mili­tanza. Pro­viene dalle regioni occi­den­tali, le più anti russe, ser­ba­toio delle forze in piazza a Kiev. E non solo. Per­ché Ole­sya ha sot­to­li­neato di fare parte di Pra­viy Sek­tor (Set­tore Destro), gruppo non solo di destra, ma pro­pria­mente neo­na­zi­sta e tra i più anti­se­miti e vio­lenti nella piazza di Kiev. Sì, è il sim­bolo della «rivolta» ucraina.

giovedì 20 febbraio 2014

‘Manifestanti per la UE” dicono in Europa, ma si tratta di miliziani addestrati dalla Nato

‘Manifestanti per la UE” dicono in Europa, ma si tratta di miliziani addestrati dalla Nato

Secondo gli ultimi dati durante gli scontri tra manifestanti che protestano contro il governo, e polizia sono morti almeno 20 persone. I media locali comunicano che tra le vittime del conflitto c’è un giornalista che lavorava presso l’edizione Vesti .Il reporter è stato trascinato dal taxi, picchiato e sparato a bruciapelo. Si dà la responsabilità a Titushky, gruppo informale di estremisti paramilitari.
Inoltre a Kiev sono stati uccisi due poliziotti e 21 agenti di polizia feriti sono stati ricoverati in ospedale, ha comunicato il rappresentante del Ministero degli Interni.
In piazza Maidan, in centro a Kiev, capitale dell’Ucraina, la protesta non si placa, anzi la situazione ha raggiunto un nuovo livello. I manifestanti durante i mesi di rivolta si sono trasformati in veri e propri miliziani. La situazione potrebbe mutare da un’ora all’altra.
Vi proponiamo ora la testimonianza di Eliseo Bertolasi, ricercatore associato dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e redattore della rivista “Geopolitica”, che direttamente da Kiev ci presenta il quadro della situazione.
-Dottor Bertolasi, lei è già stato in piazza Maidan nel mese di dicembre. La protesta continua. Dall’ultima volta ha osservato dei cambiamenti in Piazza e tra i manifestanti?
- Sì, dall’ultima volta ho notato dei cambiamenti significativi. Innanzitutto un avanzamento del perimetro delle barricate, che intorno alla piazza rappresentano ormai una specie di linea difensiva arretrata. Ne sono, infatti, sorte delle altre in posizione più avanzata, come ad esempio quelle su via Grushevskogo, teatro dei duri scontri con la polizia qualche settimana fa.
Osservo che, anche i manifestanti sono più organizzati, quando parlo di manifestanti non intendo le migliaia di persone che di domenica arrivano in piazza per sostenere la protesta, ma intendo coloro che in piazza, ormai, ci vivono stabilmente da dicembre.

È un dato inconfutabile che da semplici manifestanti si sono ormai trasformati in una specie di chiamiamoli “miliziani”: vestono mimetiche tedesche o Nato, spesso indossano bufetteria militare, portano caschi elmetti, sono armati di mazze, manganelli, in mano tengano dei veri e prori scudi metallici. Si muovono ordinati, presidiano i varchi alle barricate e agli ingressi di alcune baracche all’interno della piazza, dove, ad esempio, non è consentita l’entrata a tutti.
Ecco! Suppore che tutta questa organizzazione sia frutto di una semplice autogesione mi sembra vermante impossibile. Ci sono camion e frugoni che costantemente escono ed entrano nel perimetro protetto dalle barricate. Nella piazza sono state accumulate tonnellate di legname che viene bruciato sui fuochi ma anche utilizzato per rinforzare le baracche e le barricate.
Sorge, quindi, legittima questa domanda: ma chi sta pagando e organizzando tutto questo supporto logistico? È impossibile non scorgere, quanto meno, una regia e una organizzazione alle spalle. Ho molte perplessità sulla buona fede di chi continua a parlare di spontanea e pacifica protesta.
-Con chi ha parlato in Piazza Maidan? Qual è l’umore dei manifestanti?
- In piazza Maidan come al solito mi soffermo e faccio interviste. Cercando di tracciare un denominatore comune dalle interviste posso affermare il seguente: in primo luogo appare il supporto alla possibilità di un’integrazione all’Unione Europea, fatto dimostrato dalle sempre numerosissime bandiere dell’Europa presenti in piazza.
In secondo luogo il desiderio di veder cadere il presidente Yanukovich, che, ricordo, ha regolarmene vinto le elezioni. Lui però viene costantemente descritto come un nuovo dittatore. Ho visto foto con Yanukovich dietro le sbarre rappresentato con i baffi alla Hitler. Strana questa foto in una piazza dove si agitano movimenti ultra radicali di estrema destra!
Ho visto anche preti della chiesa autocefala ucraina benedire la rivolta. Questa è un’altra grande incongruenza, perché, come ben sappiamo, la protesta aspira all’Unione Europea, mentre al contario l’Unione Europea ha rifiutato di inscrivere nel suo atto costitutivo le sue radici cristiane!
-Lei è stato anche nelle zone orientali del Paese, cosa ne pensa di questa situazione la popolazione di queste regioni?
- Sono stato nella regione di Donetsk. Là, la vita scorre assolutamente normale, tutti sono impegnati dal loro lavoro, dalla loro routine quotidiana, anche se, la gente non nasconde un certo timore che si possa arrivare, prima o poi, ad una divisione del Paese.
Ho anche intervistato il governatore della provincia di Donetsk Andrej Shishazki. Persona veramente molto cordiale che mi ha espresso una posizione molto equilibrata e assolutamente corrispondente alle scelte del governo. Lui, infatti, auspica una pacifica risoluzione della crisi attraverso una negoziazione con i manifestanti, escludendo però le frange più estreme.
 

venerdì 7 febbraio 2014

Alcune cose non dette sull'Ucraina

di Federico Capnist 

7 febbraio, 2014 :

Fonte: Eurasia
 
ALCUNE COSE NON DETTE SULL’UCRAINA
Tanto infuriano in questi giorni i violenti scontri in Ucraina, quanto abbondano le semplificazioni, le distorsioni e le lacune storico-politiche riguardo all’intera vicenda; sulla quale è utile, per dovere di cronaca, chiarire brevemente alcuni fra i suoi aspetti più importanti.
Il “dittatore” e “despota” Yanukovich è Presidente dell’Ucraina perché democraticamente eletto, così come il suo Partito delle Regioni presiedeva il governo, fino a pochi giorni fa, per lo stesso motivo. Viene spontaneo chiedersi perché un governo legittimato dal voto popolare non abbia diritto a sedare violente manifestazioni di piazza come accade in tutti i paesi del mondo – democrazie occidentali in primis – senza provocare simili indignazioni. Sono ancora sotto gli occhi di tutti le violente repressioni avvenute in Francia e Inghilterra dopo le rivolte delle periferie a seguito di omicidi perpetrati dalle forze dell’ordine, così come quella del movimento pacifico Occupy Wall-Street in America o ancor peggio, quella contro il corteo a sostegno della famiglia tradizionale, sempre in Francia. Solo per citarne alcune ed evidenziare, in quei casi, la mancanza del medesimo sdegno da parte della comunità internazionale. Se a questo si aggiunge l’incomparabilità delle violenze appena citate (spontanee, disorganizzate e senza alcun utilizzo di armi da fuoco) con quanto stia accadendo ora a Kiev, è facile intravedere una lettura iniqua dei fatti e, come spesso accade, due pesi e due misure. Nella capitale ucraina agiscono corpi inquadrati, armati e preparati agli scontri di piazza, in grado di attuare sistemi di collaudata guerriglia urbana grazie anche alla presenza, fra le loro fila, di ex appartenenti alle forze armate. Come reagirebbe la polizia americana di fronte a cittadini che occupano palazzi governativi e riducono in fin di vita decine di agenti?
Altra considerazione: il fronte della protesta che tanta compassione ha ispirato in Europa e negli Stati Uniti, è composto solo in minima parte da quella porzione di società d’ispirazione liberal che si vuol spesso considerare trainante e decisiva nella spinte verso politiche riformiste di stampo occidentale (in Ucraina e non solo, “primavera araba” docet). Al contrario, fulcro dei moti di piazza sono movimenti violenti e marcatamente nazionalisti, quando non addirittura filo-nazisti. Un elemento che sembra passare in secondo piano ma che genera un legittimo dubbio: se i movimenti definiti di “estrema destra” sono sistematicamente vittima di violentissimi attacchi ed infamanti accuse da parte dei media di tutta Europa, è solo quando si pongono in funzione anti-russa – e vengono, nell’occasione, spacciati per paladini dell’europeismo – che le loro gesta vengono stigmatizzate o il loro (abitualmente enfatizzato) antisemitismo viene sminuito, se non taciuto?
Poi. Non sarà sfuggita ai lettori più attenti – e che attingono le loro informazioni anche oltre i media mainstream – una valutazione già fatta altrove ma che merita di essere annoverata: cosa sarebbe accaduto e quale clamore mediatico si sarebbe scatenato, se figure di primissimo piano della politica russa (o anche cinese) si fossero apertamente schierate dalla parte dei rivoltosi in una sommossa in chiave antiamericana scoppiata, putacaso, in Messico? E se continui attestati di stima, solidarietà ed istigazione ai rivoltosi continuassero a giungere in questa direzione? Pochi giorni fa, il ministro degli Esteri russo Lavrov si è trovato a dover definire “strana” questa concezione della libertà acclamata da diversi paesi occidentali. Concezione che prevede l’incitamento alla violenza dei rivoltosi e la condanna dell’operato delle forze di polizia, quando all’interno dei loro confini si pronuncerebbero in senso esattamente opposto. Gli si può dar torto? Il divieto d’ingerenza negli affari interni di uno Stato è uno dei pochi principi di jus cogens previsti dalla Carta delle Nazioni Unite, nel caso ucraino più volte calpestato. Accadde durante la “rivoluzione arancione” quando ONG straniere (polacche e americane soprattutto) fomentarono le manifestazioni antirusse e accade nuovamente oggi. Solo Sergio Romano – nel panorama intellettuale e giornalistico di casa nostra – pare essere in grado di ricordarlo?
E ancora. Checché se ne dica sul passato dell’Ucraina, è assai difficile scindere la sua storia da quella della Russia. Il suo territorio odierno rappresenta (esclusa la parte più occidentale, con una storia parzialmente diversa) la culla della nazione russa in quanto patria della Rus’ kieviana; ha sofferto e condiviso la dominazione mongola tanto quanto i principati vicini e, in seguito alla reconquista russa, è sempre stato parte integrante dell’impero zarista, prima, e di quello sovietico, poi. Lo stato ucraino così come lo vediamo oggi, è qualcosa di molto recente così come il suo sciovinismo esasperato e che lascia spesso il tempo che trova. Le ragioni storico-culturali sbandierate negli ultimi due mesi sulla necessità per Kiev di associarsi all’Unione Europea piuttosto che legarsi a Mosca non trovano, come spesso accade, un riscontro oggettivo: mettendo su di una bilancia storia, costumi, religione, economia e lingua, il piatto pende senza indugi dalla parte della Russia.
Infine, numeri alla mano, vi sono come sempre ragioni prettamente economiche in ballo di cui evidentemente piazza Maidan non è a conoscenza (o finge di non esserlo) e che i capi di Stato europei sembrano, invece, conoscere anche troppo bene; visto l’approccio idealistico ma poco pragmatico verso il cuore della vicenda. L’economia ucraina è in grave crisi, il governo arriverà – secondo le previsioni più rosee – a pagare gli stipendi e le pensioni solo fino a giugno. Chi interverrà a salvare il Paese se non la Russia con la sua offerta (ricordiamola, 15 miliardi di dollari in bond ucraini e sconto di un terzo sul prezzo del gas) rimasta l’unica seria, sul tavolo, oramai da due mesi? L’UE a quella cifra non può e non vuole arrivarci. Il FMI neppure e per molto meno ha posto condizioni inaccettabili. E gli Stati Uniti, come giustificherebbero un simile esborso alla propria opinione pubblica, trovandosi all’alba di un proclamato periodo di disimpegno internazionale? A questo si aggiunge poi il dubbio, più che legittimo, sul fatto che gli ucraini siano veramente a conoscenza di ciò che spetta loro entrando a far parte dell’UE. In un paese dove lo stipendio medio ammonta a 300 dollari, con produzioni di scarsa qualità e che dipende dalle importazioni della Russia, che effetti avrebbero l’apertura del mercato secondo regole europee e l’instaurazione delle rigide politiche di austerità in atto già ora fra i Paesi membri?
Alla luce di queste incongruenze e forti, purtroppo, di altri simili casi avvenuti nel recente passato, è davvero un delirio da Guerra Fredda intravedere in questo sostegno alle rivolte ucraine nient’altro che la prosecuzione – in spregio alle promesse fatte allora da Bush Sr. a Gorbaciov – del piano di accerchiamento ordito contro la Russia all’indomani della caduta dell’URSS e tessuto con calma, ma inesorabilmente, negli anni? Se la partita in Asia Centrale ha regole, giocatori e scenari favorevoli a Mosca, in Europa orientale tutto è ancora in bilico. L’Ucraina costituisce un tassello fondamentale per il ristabilimento dell’influenza russa nella sua storica (e legittima) sfera di competenza. Questo lo sanno al Cremlino, così come alla Casa Bianca.

lunedì 20 gennaio 2014

Denunciamo il carattere fascista della nuova “rivoluzione colorata” in Ucraina

di Mauro Gemma 

Fonte: Marx21

 ucraina violenze 2014











Alcuni nostri lettori e compagni dell'Europa orientale ci hanno chiesto, con appelli accorati, di contribuire a far conoscere il livello inaudito che hanno raggiunto le violenze scatenate dai fascisti ucraini nelle manifestazioni che, ormai da molte settimane, si propongono di sovvertire con un vero e proprio colpo di Stato le istituzioni della repubblica ex sovietica e che da noi una indegna campagna mediatica continua a presentare come la pacifica espressione della volontà di un popolo ansioso di entrare nell'Unione Europea, che sarebbe vittima di una feroce repressione.
Va detto, per fare chiarezza, che questo “popolo”, che occupa la piazza principale della capitale e tanto osannato dal nostro sistema di comunicazione dominante, è costituito prevalentemente da bande di teppisti, alla cui testa si trova "Svoboda", un partito che mantiene legami "fraterni" anche con “Forza Nuova”, nostalgico del collaborazionismo con le SS, che ha tra i suoi "maestri" i criminali di guerra che si distinsero per lo zelo con cui parteciparono ai massacri di centinaia di migliaia di ebrei, comunisti e inermi civili nella Seconda Guerra Mondiale.
Costoro sono fautori dell'apartheid nei confronti delle decine di milioni di ucraini di etnia russa e russofoni. Si sono opposti con rabbia (insieme a quella Julia Timoshenko che, sebbene sia stata condannata per crimini economici, è stata proclamata “eroina dell'Occidente”) alla concessione al russo dello status di lingua ufficiale del paese. Nella parte occidentale dell'Ucraina questi gruppi di teppisti si sono resi responsabili di assalti alle sedi comuniste, di aggressioni ai veterani dell'Armata Rossa, di oltraggio ai monumenti che ricordano il periodo socialista. Sono gli stessi che, poco tempo fa, con furia vandalica hanno abbattuto la statua di Lenin nel centro di Kiev. Va detto senza incertezze: sono veri e propri fascisti. Fascisti che hanno trovato la solidarietà persino di esponenti del Partito Democratico, come il vicepresidente del parlamento europeo, Gianni Pittella, che, con un'inammissibile ingerenza negli affari interni di un paese sovrano, non ha avuto alcuna vergogna ad arringare e a farsi applaudire (insieme ad altri esponenti di questa Unione Europea che sta massacrando il nostro stato sociale e le prospettive di futuro per i nostri figli) da una folla che sventolava le bandiere di "Svoboda".
A fronte della campagna mediatica di sostegno a questi delinquenti fa riscontro, purtroppo, il silenzio mantenuto dalle forze più coerentemente di sinistra del nostro paese. E' ora di darsi una mossa, compagne e compagni. Con i venti gelidi di fascismo che soffiano in Europa, la denuncia e la mobilitazione sono oggi più che mai doverose. Il silenzio non ha più giustificazioni. - See more at: http://www.marx21.it/internazionale/area-ex-urss/23450-denunciamo-il-carattere-fascista-della-nuova-rivoluzione-colorata-in-ucraina.html#sthash.heC9ShhS.dpuf

mercoledì 15 gennaio 2014

i liberali tornano alla carica:” via Lenin dalla Piazza Rossa!"

E offrono a Putin uno scambio di stampo mafioso





Nella prossima estate si svolgeranno le celebrazioni per il 400° anniversario di Casa Romanov. Queste celebrazioni dovrebbero avvalersi del patrocinio dello stato con tutte le solennità che ne derivano. Gli ambienti monarchici dicono che se entro l’11 luglio 2013 il corpo di Lenin rimarrà al suo posto sulla Piazza Rossa, non ci potrà essere alcuna celebrazione del 400° anniversario dei Romanov così come essi intendono allestirla. E allora il restauro del Mausoleo potrebbe rappresentare una ghiotta occasione, poiché in simili circostanze può sempre succedere che si verifichino calamità varie, dagli allagamenti agli incendi.
Da oltre vent’anni nel nostro paese si susseguono modernizzazioni senza risultati visibili. Prima cominciò Gorbaciov con la ristrutturazione dell’economia (perestrojka), poi sono arrivati i giovani riformatori , poi ancora il presidente Medvedev… sempre senza risultati visibili. In altri termini, si è trattato di mistificazioni. E come si sa, quando vi è di mezzo la mistica compare Satana. E così Zhirinovskij urla che la colpa è di Lenin, se il paese non smette di degradare, e quindi bisogna assolutamente sfrattarlo dalla Piazza Rossa, dal suo Mausoleo. Una volta che ci siamo sbarazzati di lui tutto cambierà per incanto, comincerà un vertiginoso sviluppo economico e finalmente l’Europa crederà nella Russia e la abbraccerà!
Psicologicamente ciò è comprensibile. I responsabili del degrado non possono ammettere che sono loro il problema della Russia, sono loro che hanno governato e governano il paese in modo criminale e incompetente. Così raccontano che sono il popolo russo, la sua storia, i suoi padri la maledizione del paese. E’ compito assai tedioso e difficile pensare al riassetto economico, è molto più facile operare rimozioni e sublimazioni. Ora l’ostacolo satanico che sbarra la via della “normalità” vien visto nella necropoli sulla Piazza Rossa. Andrej Dunaev, presidente di “Pravoe delo” (“Causa giusta”, il partito del miliardario ultraliberale Michail Prochorov – N.d.T.) ha dichiarato che la sua formazione “farà di tutto per dare a Lenin una nuova sepoltura e chiudere l’istituto che ne cura la manutenzione”. Anche l’associazione “Memorial” si è di nuovo pronunciata al riguardo. Il suo rappresentante Jan Racinskij ha detto che “la piazza centrale di Mosca non è fatta per ospitare un cimitero. E’ meglio trasferire in altro luogo il Mausoleo e restituire alla Piazza Rossa il suo aspetto storico”.
Molti si aspettavano dal nuovo presidente Putin piani precisi per far uscire il paese dal vicolo cieco in cui si trova. E invece a questo paese si offrono di nuovo solo e soltanto spettacoli. Se si dovrà andare ad una resa dei conti con al centro ancora la questione del Mausoleo di Lenin, chi si preoccuperà dei desolanti dati economici e demografici del paese, dell’aumento dei prezzi di generi alimentari, trasporti, luce e servizi comunali, dei problemi abitativi, della disoccupazione, della scuola e della sanità? Si avrà l’ennesima lite sul nostro passato, invece di una contesa sulla oggettiva situazione presente.
Sbaglia Putin a credere che concedendo lo sfratto di Lenin dalla Piazza Rossa riuscirà a fare la pace con i liberali e i loro sponsor all’estero, che in tal modo otterrà per il tramite della Casa imperiale la garanzia della sua futura legittimazione. Lo smantellamento della necropoli sotto le mura del Cremlino sarà per lui una mossa fatale, di cui mille volte avrà a pentirsi. Ma sarà tardi.
(Da “Via Lenin dal Mausoleo: tranquillità apparente e gravità del momento” di Aleksandr Marusev dell’Agenzia “REX”)
(Traduzione dal russo di Stefano Trocini)
da : www.vkpb.ru  del 15.01.2013
Tratto da: Si@rivoluzione 

sabato 4 gennaio 2014

Si alimenta la nostalgia del comunismo in ex Jugoslavia e nell’Est Europa

 Si alimenta la nostalgia del comunismo in ex Jugoslavia e nell’Est Europa

Il successo straordinario di una mostra a Belgrado di oggettistica della Jugoslavia di Tito mostra come in tutto l’Est Europa sia in atto un processo di critica dell’Europa e di rivalutazione del passato comunista.
A Belgrado si è tenuta una mostra interessante su oggetti e simboli della defunta Jugoslavia, una mostra che ha ottenuto un successo di pubblico straordinario, al punto che i media di diversi europei se ne sono occupati in prima persona. Del resto l’amore per l’Europa non è così di moda, soprattutto nei paesi dell’Est. A Belgrado si è tenuta proprio nel centro della città una mostra tesa a far rivivere i quarant’anni di socialismo dal 1950 al 1990, segno inequivocabile di una nostalgia crescente che si sta sviluppando anche e soprattutto in tutto i paesi dell’ex orbita sovietica. Di recente anche in Romania è fiorito il pensiero nostalgico del comunismo, per non parlare della Cecoslovacchia, dove il partito comunista ha raggiunto consensi impensabili, con quasi il 18% dei consensi nelle ultime elezioni. Per non parlare del successo  che in tutti i paesi dell’Est riscuotono le serie televisive sugli anni Ottanta del comunismo che vanno di moda a Mosca, ma pure in Bulgaria e nei Paesi baltici. La mostra di Belgrado si è inserita all’interno di questo filone e ha aperto i cancelli al pubblico proprio poco prima di Natale con il nome “Viva la vita”.In prima fila la vecchia Zastava, la macchina del popolo così familiare a tutti i cittadini della defunta Jugoslavia di Tito. Molta la nostalgia anche per il vecchio passaporto jugoslavo, quello che permetteva a tutti i cittadini di viaggiare ovunque. Ma la nostalgia del socialismo non è una meteora, è ormai radicata in tutto l’Est Europa, basti pensare che il 44,7% dei romeni, secondo un recente sondaggio, pensa che il comunismo non fosse poi così male. Del resto a Bucarest il luogo più visitato dai turisti è proprio la casa del popolo in marmo che fu anche la dimora di Nicolae CeausescuA Praga e Bratislava inoltre si è pensato bene di riesumare il marchio di esportazione della Cecoslovacchia, preferito dai Paesi africani e asiatici. Lo scorso anno il 32% dei cechi si sono detti convinti che il regime comunista fosse meglio dell’attuale democrazia. In Slovacchia le percentuali sono ancora più alte. Persino n Ungheria, paese ormai scivolato a destra, è tornato di moda l’aperitivo socialista Bambi e i sandali del vecchio governo comunista. In tutta l’Europa dell’Est poi il mercato dell’Ostalgie va a mille, con serie tv nostalgiche che tengono incollati di fronte alla tv migliaia di persone. Come dare loro torto del resto, con un’Europa sempre più proiettata verso la miseria e le ingiustizie e che sbandiera la democrazia come valore ormai vuoto. E, a segnalare che qualcosa sta cambiando in Europa dell’Est, The Economist ha ammonito: il rischio di disordini sociali e rivolte nell’Europa dell’Est, nel 2014, non ha mai raggiunto livelli così alti dalla caduta del comunismo.

Fonte: Tribuno del popolo

lunedì 4 novembre 2013

Russia. Putin vara nuovo manuale di storia che rivaluta la “Grande Rivoluzione” del 1917

Ogni volta che si parla di Russia i media occidentali, specialmente quelli italiani, vedono “rosso”. Ora il gran “nemico” si chiama Vladimir Putin, reo secondo il mainstream di aver varato un nuovo libro di storia che rivaluta, tra le altre cose, la Rivoluzione d’Ottobre e la figura di Stalin.
Quando i libri di storia russi parlavano della Rivoluzione del 1917 come di un “golpe bolscevico” in modo analogo a quanto operato da alcuni storici in Occidente, nessuno nel mainstream ha storto il naso. Non sorprende quindi ora di leggere titoli preoccupati dopo che Mosca ha deciso di portare avanti un progetto ambizioso, ovvero la stesura di un manuale definitivo che tiri le somme della storia russa. Si tratta di ottanta pagine di linee guida che dovranno venire approvate da un team di storici per creare un nuovo manuale di storia “unico” da diffondere in tutte le scuole russe, ponendo così fine all’eterogeneità con oltre sessanta manuali attualmente autorizzati che spesso differiscono in modo rilevante nell’interpretazione. Quello che sconvolge i giornalisti occidentali però è che Mosca “osi” persino avere dei giudizi sulla propria storia differenti dalla “verità” che l’Occidente ha deciso di dare in pasto alle giovani generazioni. Per questo il Cremlino è quasi visto “colpevole” di volersi riappropriare della propria storia, una storia che sicuramente conosce molto meglio di noi per averla vissuta in prima persona.  Così la Rivoluzione di Lenin verrà definita nel nuovo manuale come la “Grande rivoluzione russa del 1917″, con buona pace dei revisionisti che vorrebbero invece classificarlo all’interno degli eventi da esecrare. Inutile dire che in Occidente poi la figura di un personaggio come Stalin viene automaticamente associata a negatività e malvagità, ma lo stesso non accade in Russia, dove negli ultimi anni Stalin è tornato di moda comparendo in film, manifesti e monumenti e ritornando in tutti i dibattiti storici e ufficiali dopo la lunga caccia alle streghe ai suoi danni. Così nel nuovo manuale escogitato dal Cremlino ci saranno cenni anche alla “variante sovietica di modernizzazione” di Stalin, con un ovvio riferimento alla vittoria contro il nazifascismo di Hitler. Tutto questo ovviamente ha lasciato sbigottita la stampa occidentale, che forse sembra essersi dimenticata che nella Seconda Guerra Mondiale fu l’Armata Rossa a fermare l’avanzata della Wehrmacht. In molti accusano ora direttamente Putin di aver voluto questo manuale unico unicamente per ottenere consensi nell’ottica della “grandeur” nazionale, ma la sensazione è che Putin inizi a spaventare proprio perchè ha assunto nei confronti del passato dell’Urss e del comunismo un approccio opposto a quello distruttivo e estremista di Eiltsin. Sembra quasi che Putin non voglia prendere le distanze da quel passato e anzi riannodarne i fili, del resto proprio Putin aveva definito la caduta dell’Urss come una tragedia geopolitica. Fa poi sorridere il commento su “La Stampa” di Anna Zafesova: “Agli insegnanti però, promette Chubarian, verrà offerta notevole libertà di interpretazione in aula. In attesa che un giorno un nuovo vincitore delle elezioni riscriva la storia a modo suo“. Come se Eiltsin e i picconatori dell’Urss abbiano, al contrario, rispettato l’integrità e la verità storica…
di Gracchus Babeuf