lunedì 15 dicembre 2014

Le Forze Nucleari Strategiche della Russia sono più avanzate di quelle degli Stati Uniti

Pravda 14 novembre 2014
Fonte: Aurora sito
Red SquareIl 1° settembre 2014 il dipartimento di Stato degli Stati Uniti pubblicava un rapporto in cui si afferma che, per la prima volta dal crollo dell’Unione Sovietica, la Russia ha raggiunto la parità con gli Stati Uniti nel campo delle armi nucleari strategiche. Così, Washington ha ammesso che Mosca ha riacquistato lo status che l’Unione Sovietica aveva dalla metà degli anni ’70 e che poi perse. Secondo il rapporto del dipartimento di Stato, la Russia ha 528 vettori strategici con 1643 testate nucleari. Gli Stati Uniti ne hanno 794 con 1652 testate nucleari. Si dà il caso che oggi, le forze nucleari strategiche della Russia (SNF) siano ancora più avanzate di quelle degli Stati Uniti, in quanto garantiscono la parità delle testate con un numero significativamente inferiore di vettori strategici. Tale divario tra Russia e Stati Uniti potrebbe solo crescere in futuro, dato che i funzionari della Difesa russi promettono di riarmare le SNF della Russia con missili di nuova generazione. Il progresso è reso possibile dal trattato sulla limitazione delle armi nucleari, nota anche come START-3. Il trattato venne firmato da Dmitrij Medvedev e Barack Obama l’8 aprile 2010 a Praga (entrato in vigore il 5 febbraio 2011). In conformità con il documento, le testate nucleari delle due parti devono essere ridotte a 1550 entro il 2021. Il numero di vettori (missili balistici intercontinentali, missili balistici lanciati da sottomarini e bombardieri pesanti) dovrebbero essere ridotti a 700 unità. E’ stato il primo accordo strategico, dal tradimento dei democratici, in cui la Russia strappa vantaggi significativi. Nel trattato gli statunitensi, per la prima volta nella storia, s’impegnano a ridurre il loro arsenale nucleare strategico, mentre la Russia ha la possibilità di aumentarlo. Inoltre, il nuovo trattato rimuove importanti limitazioni presenti nei precedenti trattati START 1 e 2 che vanno dall’aumento delle dimensioni delle aree per schierare gli ICBM mobili, al numero di missili balistici intercontinentali a testata multipla alla possibilità di costruire missili balistici intercontinentali ferroviari. La Russia non ha fatto alcuna concessione. Dopo aver escluso Mosca quale serio rivale geopolitico, volando sulle ali dell’inaccessibile superiorità militare e tecnologica, Washington è caduta in una trappola da cui non vede via d’uscita neanche a medio termine.
Ultimamente, molto è stato detto a proposito delle cosiddette “guerre di sesta generazione” e delle armi a lungo raggio ed alta precisione che dovrebbero garantire la vittoria sul nemico senza entrare in contatto diretto con le sue forze armate. Tale concetto è molto discutibile (gli Stati Uniti non sono riusciti a vincere né in Iraq né in Afghanistan). Tuttavia, questo è il punto in cui anche la Russia acquisisce parità. La prova sono i missili da crociera a lunga gittata di nuova generazione che presto saranno schierati sui sottomarini della Flotta del Mar Nero e le navi della flottiglia del Caspio. Nella Russia di oggi molti trovano difficile crederlo. Si tratta di una credenza comune in molti di coloro che ancora, con entusiasmo, sono prigionieri dei miti sulla “debolezza” assoluta della Russia e sulla “superiorità” assoluta dell’occidente. Il mito fu costruito negli anni ’90 sotto l’influenza di Boris Eltsin e del relativo tradimento degli interessi nazionali russi. Bisogna ammettere che in quel periodo il mito era reale, se così si può dire. Ma i tempi sono cambiati e si può facilmente capire la nuova situazione. Ad esempio, prendiamo in considerazione il potenziale delle armi convenzionali di Russia e occidente nel teatro delle operazioni europeo (ETO). In questa zona in genere si ritiene che la NATO sia molto più forte della Russia. Tuttavia, un primo incontro con la realtà distrugge tale miscredenza. Come è noto, la forza d’attacco principale, il nucleo della forza combattente delle forze di terra, sono i carri armati. Al crollo dell’Unione Sovietica, le forze armate russe avevano circa 20000 carri armati nell’ETO. Gli statunitensi a loro volta schieravano 6000 carri armati Abrams sul territorio degli alleati. Nonostante ciò, la potenza combinata delle forze NATO in Europa era ancora significativamente inferiore al potenziale sovietico. Per compensare lo squilibrio gli strateghi della NATO furono costretti a ricorrere alle armi nucleari tattiche (TNW). Nella prima metà degli anni ’50, la NATO condusse una ricerca sul tipo di forze del blocco che avrebbero dovuto mostrare resistenza affidabile a una grande offensiva di terra delle superiori forze dell’ex Unione Sovietica e del Patto di Varsavia. I calcoli mostrarono la necessità di almeno 96 divisioni complete per tale scopo. Tuttavia, il costo dell’armamento di ognuna di tali divisioni superava il miliardo di dollari. Inoltre, erano necessari due o tre miliardi di dollari per mantenere un così grande gruppo di truppe e costruirne infrastrutture adeguate. Tale onere chiaramente andava oltre la forza economica occidentale. La soluzione fu trovata schierando un gruppo di armi nucleari tattiche statunitensi sul continente, subito attuato. Nei primi anni ’70, l’arsenale di armi nucleari tattiche degli Stati Uniti contava circa 7000 munizioni. Il culmine fu la creazione di armi ad azione selettiva, come testate ai neutroni (per cannoni da 203 mm e 155 mm, e missili Lance) con una potenza da 1 a 10 kilotoni. Le testate erano ritenute cruciali per combattere i soldati delle forze di terra, in particolare i carristi sovietici. Dato il fattore nucleare contro l'”aggressione sovietica”, la NATO ritenne di schierare 30 invece che 96 divisioni.
Come opera tutto ciò oggi? Nei primi mesi del 2013 gli statunitensi ritirarono l’ultimo gruppo di carri armati Abrams dall’Europa. Nella NATO, negli ultimi 20 anni, ogni nuovo carro armato ne sostituiva 10-15 vecchi, ma ancora efficienti. Allo stesso tempo, la Russia non mise fuori servizio i suoi carri armati. Di conseguenza, oggi la Russia è leader assoluto in questo campo. A metà del 2014 l’arsenale del Ministero della Difesa contava ben 18177 carri armati (400 T-90, 7144 T-72B, 4744 T-80, 4000 T-64, 689 T- 62 e 1200 T-55). Naturalmente, solo poche migliaia di carri armati sono schierati in allerta permanente e la maggior parte resta nelle basi della riserva. Ma anche nella NATO. Pertanto, la superiorità decisiva dei carri armati russi non è scomparsa dai tempi dell’URSS. Ecco un’altra sorpresa, nelle armi nucleari tattiche la superiorità della moderna Russia sulla NATO è ancora più forte. Gli statunitensi ne sono ben consapevoli. Erano convinti che la Russia non sarebbe mai risorta, ma oggi è troppo tardi. Finora la NATO ha solo 260 armi nucleari tattiche nell’ETO. Gli Stati Uniti hanno 200 bombe per una potenza totale di 18 megatoni, che si trovano in sei basi aeree in Germania, Italia, Belgio, Paesi Bassi e Turchia. La Francia ha 60 bombe atomiche, circa. La Russia, secondo stime prudenti, ha 5000 armi nucleari tattiche di diverse classi, dalle testate degli Iskander a siluri, bombe aeree e proiettili d’artiglieria! Gli Stati Uniti hanno 300 bombe tattiche B-61 sul proprio territorio, ma ciò non cambia la situazione dello squilibrio. Gli Stati Uniti non possono miglioralo, avendo distrutto l'”eredità della guerra fredda” come missili nucleari tattici, missili da crociera Tomahawk a testata nucleare a terra e sul mare.
10150755Come può la Russia, il Paese che ha perso la guerra fredda, essere superiore alla NATO militarmente? Si dovrebbe riesaminare la storia del problema per capirlo. Si ritiene che all’inizio del 1991 l’URSS avesse circa 20-22000 armi nucleari tattiche. Si trattava di testate nucleari per bombe aeree, missili tattici Luna, Tochka e Oka, armi antisommergibile della flotta, missili del sistema di difesa aerea, mine nucleari e proiettili di artiglieria nucleari delle Forze di Terra. Quest’imponente arsenale era il risultato di quarant’anni d’intensa corsa agli armamenti. Da notare che non fu la “totalitaria” URSS ad iniziare la corsa agli armamenti, ma gli Stati Uniti liberaldemocratici che iniziarono a sviluppare e testare vari tipi di armi nucleari tattiche nei primi anni ’50. Il primo esemplare di testata di tale classe fu testata da un cannone da 280mm e aveva una potenza di 15 kilotoni. La testata fu testata nel maggio del 1953. In seguito, le testate nucleari sarebbero state prodotte con dimensioni più ridotte, determinando in tal modo la creazione di testate per obici semoventi da 203 mm e 155 mm che avevano una potenza da uno a dieci kilotoni. Fino a poco prima erano nell’arsenale delle truppe statunitensi in Europa. In seguito, le Forze Armate degli Stati Uniti ricevettero i seguenti missili tattici a testata nucleare: Redstone (gittata 370 km), Corporal (125 km), Seargent (140 km), Lance (130 km) e molti altri. A metà degli anni ’60, gli Stati Uniti completarono lo sviluppo dei missili tattici Pershing-1 (740 chilometri). A sua volta, la leadership militare e politica sovietica decise che l’equipaggiamento delle forze statunitensi in Europa con armi nucleari tattiche mutasse radicalmente l’equilibrio di forze. L’URSS prese misure decisive creando e schierando altri tipi di armi nucleari tattiche sovietiche. Già nei primi anni ’60, missili tattici T-5, T-7, Luna entrarono in servizio. In seguito, l’arsenale nucleare non strategico fu ampliato con missili a medio raggio RSD-10, P-12, P-14, bombardieri a medio raggio Tu-22 e Tu-16 così come con missili tattici OTR-22, OTR-23, P-17, Tochka e artiglieria nucleare da 152mm, 203mm e 240mm, aeromobili dell’aviazione tattica Su-17, Su-24, MiG-21 e MiG-23. Da notare che la dirigenza sovietica aveva ripetutamente offerto ai capi occidentali d’avviare negoziati sulla riduzione delle armi nucleari tattiche. Eppure la NATO respinse sempre le proposte sovietiche. La situazione cambiò notevolmente solo quando l’Unione Sovitica si dissolse in conseguenza della “perestrojka” di Gorbaciov. Fu il momento in cui Washington decise di approfittarne per indebolire e disarmare il suo principale rivale geopolitico.
Nel settembre 1991, il presidente statunitense George H. Bush lanciò l’iniziativa su riduzione e persino eliminazione di alcuni tipi di armi nucleari tattiche. Gorbaciov, a sua volta, annunciò l’intenzione di ridurre radicalmente tali armi dell’URSS. Successivamente, i piani furono accelerati con la dichiarazione del presidente russo Boris Eltsin “Sulla politica della Russia per limitare e ridurre gli armamenti” del 29 gennaio 1992. La dichiarazione sottolineava che la Russia smetteva di produrre proiettili di artiglieria e testate nucleari per missili terrestri e s’impegnava a distruggere la scorta di tali armi. La Russia promise di rimuovere le armi nucleari tattiche da navi di superficie, sottomarini d’attacco ed eliminarne un terzo. Anche metà delle testate per missili antiaerei e per gli aerei doveva essere distrutta. Dopo tale riduzione, gli arsenali nucleari tattici di Russia e Stati Uniti dovevano mantenere 2500-3000 testate nucleari tattiche. Tuttavia, si scoprì il contrario. L’illusione della supremazia mondiale giocò uno scherzo crudele a Washington. Gli strateghi statunitensi ignorarono la Russia “democratica” post-URSS. Allo stesso tempo, durante la guerra del Golfo, le armi ad alta precisione degli Stati Uniti conclusero con successo diverse grandi operazioni in precedenza previste per le armi nucleari tattiche. Ciò spinse Washington a puntare tutto sul vantaggio tecnologico, portando alla creazione di armi “intelligenti” sempre più costose. Gli USA gradualmente ridussero la produzione di armi nucleari e le armi ad alta tecnologia della NATO si rivelarono assolutamente insufficienti per le grandi operazioni contro un nemico approssimativamente pari all’occidente sul piano tecnologico. Nel frattempo in Russia, gli esperti si sono affrettati a concordare sul fatto che, sullo sfondo della situazione geostrategica post-sovietica, la riduzione e l’eliminazione delle armi nucleari tattiche era inaccettabile. Dopo tutto, si tratta di armi nucleari tattiche che equilibravano universalmente le forze, privando la NATO del suo vantaggio militare. In queste circostanze, la Russia ha semplicemente preso in prestito la tesi della NATO sulla necessità di compensare la superiorità del nemico nelle armi convenzionali schierando l’arsenale nucleare tattico sul teatro delle operazioni europeo.
La situazione s’è sviluppata secondo tale scenario per oltre due decenni. L’occidente, dopo aver ignorato la Russia, riduceva i suoi carri armati e distruggeva le sue armi nucleari tattiche. La Russia, risentendo della propria debolezza, manteneva tutti i carri armati e le armi nucleari tattiche. Di conseguenza, la Russia superata l’inerzia del collasso iniziava a far rivivere la propria potenza, mentre l’occidente, cullato da dolci sogni ad occhi aperti sulla liberale “fine della storia”, castrava le sue forze armate al punto da esser buone per guerre coloniali contro nemici deboli e arretrati. L’equilibrio delle forze in Europa così cambiava in favore della Russia. Quando gli statunitensi se ne resero conto, era troppo tardi. Nel dicembre 2010, la sottosegretaria per il controllo degli armamenti e la sicurezza internazionale, Rose Gottemoeller, diede l’allarme. I russi avevano più sistemi nucleari tattici degli Stati Uniti, disse. Secondo lei, la riduzione delle armi nucleari tattiche doveva essere il passo successivo. Nel 2010, gli europei, con i ministri degli Esteri di Polonia e Svezia in prima linea, con insolenza chiesero alla Russia di costituire essa sola due zone non-nucleari, a Kaliningrad e Penisola di Kola, i territori di primo schieramento delle armi nucleari tattiche russe. Le regioni sono le principali basi delle flotte del Mar Baltico e del Nord. Nel caso della Flotta del Nord, la regione ospita le basi della maggior parte delle SNF russe. Da allora, gli statunitensi hanno ripetutamente offerto alla Russia di seguire la via sbagliata nel risolvere il “problema delle armi nucleari tattiche”. Ostinatamente insistono sul raggiungimento di un accordo per eliminare le disparità nell’arsenale delle armi nucleari tattiche. Hanno anche cercato d’imporre condizioni per l’attuazione del trattato START-3. Così, in accordo all’emendamento del senatore Lemieux (emendamento 4/S.AMDN.4908), lo START-3 entrerà in vigore dopo che i russi accetteranno di avviare i negoziati per la cosiddetta liquidazione dello squilibrio delle armi nucleari tattiche tra Russia e Stati Uniti. Il 3 febbraio 2011, Barack Obama scrisse in una lettera a diversi senatori dicendo che gli Stati Uniti avviavano i negoziati con la Russia per affrontare disparità tra armi nucleari tattiche della Federazione russa e degli Stati Uniti, riducendo il numero delle armi nucleari tattiche in modo verificabile. Purtroppo, nel 2012, Putin tornò al Cremlino e le speranze occidentali d’ingannare la Russia con un disarmo unilaterale decadevano.
1656368Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia realizza il lancio storico del missile balistico "Bulava"

L'operazione effettuata dal sottomarino nucleare Yuri Dolgoruky


La Russia realizza il lancio storico del missile balistico Bulava
La Russia ha realizzato con successo il lancio del missile balistico intercontinentale Bulava dal sottomarino nucleare russo Yuri Dolgoruky, del progetto Borei.

Il Yuri Dolgoruky ha effettuato il lancio trasportando una munizione completa di 16 missili Bulava al fine di verificare come si comportasse la nave dopo il lancio, secondo quanto informa Rt. Precedentemente l’operazione veniva eseguita con un solo missile a bordo.

Il lancio è stato effettuato dal Mare di Barents e ha raggiunto l'obiettivo, situato nel poligono di tiro di Kura in Kamchatka (Russia), così come dichiara l’agenzia del ministero della Difesa russo. Il colpo è stato sparato quando il sommergibile era immerso.




La traiettoria del missile intercontinentale Bulava è stata pianificata e il "controllo ha confermato che la testata del missile ha raggiunto con successo Kura in Kamchatka". 
Il missile Bulava è una versione navale del missile intercontinentale Topol-M progettato per il lancio dai sottomarini dell'Istituto di Teconologia termica di Mosca tra il 1998 e il 2005. 

Il missile intercontinentale balistico nucleare per sottomarini è l'arma principale delle navi del progetto Borei. Ogni sottomarino della classe può contenere fino a 16 missili con una portata di 8.000 chilometri. 

A sua volta, ogni missile può essere diviso in 6 a 10 testate ipersoniche indipendenti con elevata manovrabilità, il risultato tra le 96 e 160 testate nucleari disponibili nell'arsenale di ogni Borei. 

Questo settembre, il missile balistico intercontinentale Bulava è stato anche lanciato con successo dal terzo sottomarino nucleare russo del progetto Borei, il Vladimir Monomakh. 

Fonte: L'Antidiplomatico

La guerra contro la Russia obbliga l’Occidente a dissanguarsi

 La guerra contro la Russia obbliga l’Occidente a dissanguarsi

Lo strumentale abbassamento del prezzo del petrolio invece di affossare l’economia russa, la spinge a sbarazzarsi definitivamente del dollaro come valuta di scambio e ad accumulare oro.

La Russia resiste, la Russia non si arrende gettando Washington nella più profonda costernazione se non, addirittura, quasi nel panico. Il vecchio progetto geopolitico per disgregare la Federazione, costringerla all’irrilevanza internazionale e sottometterla come vassalla dell’Occidente, sta mostrando tutte le sue falle; il piano, per quanto ben studiato e articolato nei modi e nei tempi, ha trovato uno statista così lungimirante e amato dal suo popolo di quanto l’Occidente – sempre più democrazia dalle urne deserte – potrà mai sperare. Dopo avere messo fine alla sanguinosa Guerra Cecena, rimesso in carreggiata l’asfittico bilancio statale, aver fronteggiato la prima “rivoluzione arancione” di Kiev, la guerra lampo contro la Georgia ad un passo dalla NATO e aver visto l’attacco contro due paesi amici come la Libia e la Siria; Putin ha dovuto subire il golpe di Maidan, la gogna mediatica prodromo alle sanzioni economiche e, infine, l’artificioso crollo del prezzo del petrolio con lo scopo di portare alla bancarotta il suo bilancio statale assai prima della realizzazione degli oleodotti e delle pipeline per l’assetato mercato cinese. Eppure qualcosa è andato storto: l’orso russo è ancora in piedi, ha nuovi (e ritrovati) alleati e ribatte ogni colpo, sfruttando l’energia dell’avversario come fosse il judo di cui il suo presidente è cintura nera.
La rapida discesa del prezzo del petrolio – attualmente intorno ai 70$ per barile –, voluta dall’Arabia Saudita e ratificata dai membri dell’OPEC1, pare non sortire quei disastrosi effetti sul bilancio russo che molti si aspettavano. Secondo le parole del ministro dello Sviluppo Economico Alexey Ulyukayev, il crollo del valore del Rublo – in seguito alle sanzioni – ha mitigato gli effetti dell’abbassamento delle quotazioni del greggio. Quando il prezzo si aggirava intorno ai 110$ e il cambio si assestava sui 32-33 rubli per dollaro, il costo del petrolio in rubli era infatti di 3.600 rubli; ora che il prezzo per barile è di 71-72$ mentre il cambio è sui 49-50 rubli per dollaro, il costo finale rimane praticamente il medesimo. Ovviamente il dollaro forte, la caduta del prezzo dell’oro nero e le sanzioni economiche obbligheranno a una revisione del tasso di crescita previsto per il 2014, ma entro un decimo di punti decimali e, come dice il ministro, “il costo del petrolio in rubli è molto più importante della sua valutazione in dollari”.2
L’attuale strategia russo-cinese (supportata dagli altri BRICS) punta dritto al cuore dell’Impero Statunitense: la progressiva eliminazione del dollaro come valuta di scambio e la sua sostituzione con le proprie valute nazionali. La Russia ormai da mesi sta acquistando massicce quantità d’oro fisico, liberandosi dei dollari incassati dalla vendita delle proprie risorse naturali all’estero. L’alto valore del dollaro attuale viene annullato dalla bassa quotazione dell’oro – artificialmente depresso, come anche l’oro nero, dall’Occidente – con un innegabile vantaggio: ovvero che non è infinito a differenza della carta moneta stampata dalla FED. Dal momento che anche la Cina ha annunciato che non aumenterà più le riserve auree in dollari e considerando il deficit di bilancia commerciale nei suoi confronti, il tempo e il margine di manovra per la Casa Bianca si assottigliano sempre di più. Gli sforzi occidentali per aumentare il potere d’acquisto del dollaro e ridurre il potere d’acquisto dell’oro e del prezzo del petrolio, svuotano i forzieri delle sue Banche Centrali garantendo invece l’assoluta solvibilità della Russia nei confronti dei Paesi che si sono ben guardati dal sottoscrivere le sanzioni. Dato che è impossibile organizzare una “rivoluzione colorata” in Russia – dove Putin ha un indice di gradimento che qualsiasi politico occidentale si sogna3 – e che muovergli guerra sarebbe segnerebbe la fine della NATO, bisogna attendersi qualche nuova disperata manovra e, come annuncia l’ex presidente Gorbaciov, a prepararsi a “una nuova guerra fredda e alla costruzione di barricate tutto attorno alla Russia”4.
Note:
  1. 1  http://video.cnbc.com/gallery/?video=3000334595
  2. 2  http://en.itar-tass.com/economy/764307
  3. 3  http://www.wciom.com/index.php?id=120
  4.  4  http://en.itar-tass.com/russia/764517

Fonte: www.lintellettualedissidente.it

domenica 14 dicembre 2014

Fuck NATO


L’uso della CIA dei nazisti ucraini fin dalla Guerra Fredda

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 20/02/2014
Fonte: Aurora sito
400641La Central Intelligence Agency sembra essere intrappolata in una distorsione temporale. Alle radici del movimento di “resistenza” di CIA e George Soros in Ucraina si trovano fascisti e pro-nazisti ucraini, gli antenati ideologici dell’attuale partito fascista ucraino Svoboda e di altri gruppi della destra radicale e antirussa si trovano soprattutto in Ucraina occidentale. Un documento della CIA dell’agosto 1950 rivela che all’avvio della Guerra Fredda, l’intelligence statunitense sfruttò l’intelligence e la strategia naziste che usarono vari gruppi nazionalisti ucraini durante la Seconda Guerra Mondiale. Tale intelligence sull’Ucraina fu catturata dall’Office of Strategic Services (OSS) pre-CIA negli ultimi giorni della Seconda Guerra Mondiale. La rivelazione sull’uso da parte della CIA d’intelligence nazista in Ucraina, è significativa alla luce della attuale sostegno del governo degli Stati Uniti ai gruppi nazionalisti antirussi ucraini, molti dei quali neo-nazisti e fascisti. Durante la seconda guerra mondiale, i nazisti sostennero numerosi gruppi nazionalisti ucraini contro l’Unione Sovietica. Dopo la guerra, tali gruppi ricevettero il sostegno della CIA nel movimento di resistenza clandestina contro l’Unione Sovietica, in particolare in Ucraina occidentale. Il rapporto dell’intelligence nazista trovato negli archivi della CIA s’intitola “Die nationale-Ukrainische Widerstandssbewegung” o “resistenza nazionale ucraina”. La CIA rese il rapporto confidenziale. Molti gruppi ucraini elencati nel rapporto nazista della CIA facevano parte del cosiddetto movimento delle “nazioni prigioniere” incentrato a Washington e che cercava di mobilitare i partigiani nazionalisti contro l’Unione Sovietica nel secondo dopoguerra, in Europa centrale e orientale. Molti degli antenati ideologici dell’attuale opposizione ucraina al Presidente Viktor Janukovich piovono da tali pagine della Guerra Fredda.
Tra i gruppi ucraini identificati dai nazisti come potenziali alleati della CIA vi era l’Organizzazione dei nazionalisti ucraini (OUN). Uno degli eredi del dogma politico dell’OUN è l’estrema destra neonazista Svoboda guidata da Oleg Tjagnybok. Tjagnybok è stato spesso ospite dell’ambasciatore degli Stati Uniti in Ucraina Geoffrey Pyatt, un ebreo sionista fervente che passa una quantità eccessiva di tempo partecipando ad eventi per commemorare l’olocausto in Ucraina da quando fu nominato. Tjagnybok viene menzionato assieme ai leader dell’opposizione Vitalij Klithko, un ex-pugile, e Arsenij Jatsenjuk, quale possibile membro di un governo post-Janukovich che prenderebbe ordini da Washington e Unione europea. Altri gruppi ucraini identificati dai nazisti e abbracciati dalla CIA sono il Sluzhba Bezopasnosti o servizio di sicurezza del OUN, il Gruppo Bandera, il Gruppo Mel’nik, l’Unità Partigiana Taras Bulba (Borovets) in Galizia, l’esercito rivoluzionario dell’Ucraina occidentale e Galizia (la bandiera rossa e nera, reintrodotta dai gruppi finanziati da George Soros nelle attuali proteste in Ucraina), il Movimento Hetman, l’Unione per la liberazione dell’Ucraina (che aveva sede a Parigi), e il Movimento nazionale cosacco ucraino (con sede a Berlino). Il leader pro-nazista dell’Unione per la liberazione ucraina di Parigi era Levitskij, un ebreo ucraino. Il documento dell’intelligence nazista sottolinea anche che molti nazionalisti ucraini, alcuni dei quali aderirono alla CIA, furono addestrati nei “campi dell’esercito e della polizia tedesche di Cracovia, Neuhammer, Brandeburgo e Frankfurt-Oder” e furono successivamente “assegnati ad est per la guerra partigiana.” Il collegamento tra l’intelligence inglese e il movimento di liberazione cosacco ucraino era noto come “Markotun”. La Gestapo identificò Markotun come un capo massone. La CIA usò anche l’intelligence della Gestapo sulla massoneria in Europa centrale e orientale per stabilire legami con figure della futura clandestinità antisovietica e anticomunista. La CIA scoprì che durante la seconda guerra mondiale e, successivamente, i massoni elusero la prigionia parlando tra di loro tramite un codice telefonico speciale, in particolare in Romania. La CIA, in base a una relazione informativa del 12 maggio 1952, seppe che i membri rumeni del Gran Consiglio della Loggia massonica furono preparati a condurre atti di sabotaggio contro il governo rumeno ed obiettivi sovietici nel Paese. Il primo architetto delle operazioni segrete e di sabotaggio della CIA contro le nazioni dell’Europa centrale e orientale fu il dottor Lev Dobriansky, un espatriato ucraino e cofondatore del movimento delle “nazioni prigioniere”. Dobriansky e i suoi alleati di destra, in particolare del Consiglio di Sicurezza Nazionale statunitense, di cui Dobriansky era un agente, riunirono gli esiliati di destra ucraini contro l’Unione Sovietica. Le ampie tasche del Consiglio di sicurezza statunitense finanziarono i sabotatori ucraini, poiché tra i suoi membri vi erano dirigenti di US Steel, Motorola, General Electric, American Zinc ed Eversharp. Dobriansky e la propaganda dei suoi colleghi veniva regolarmente ascoltata, negli anni ’60, sulle frequenze di Radio WMAL-AM di Washington DC, e la sua leadership ebbe stretti legami con la CIA diretta dall’ammiraglio William F. Raborn, Jr. Il Premier sovietico Nikita Khrushjov derise le attività degli esuli ucraino-statunitensi e dei loro padroni del Congresso e della CIA degli Stati Uniti, nel 1960. Si chiese Khrushjov, “Come si sentirebbero gli USA e gli statunitensi se il Parlamento del Messico, per esempio, approvasse una risoluzione che chiedesse che Texas, Arizona e California siano liberati dalla schiavitù statunitense?
La stretta collaborazione della CIA con i gruppi politici di estrema destra ucraini ed altri, fu un’idea personale di Richard Helms, vicedirettore e direttore dell’agenzia. Helms testimoniò al Congresso che tra i gruppi di esiliati della CIA vi erano “fonti d’intelligence sensibili in via di sviluppo” attraverso gruppi d’immigrati da Ucraina, Paesi Baltici e altri Paesi. L’Assemblea delle nazioni europee prigioniere (ACEN), comprendeva numerosi esponenti della destra comprati dalla CIA, tra cui il presidente dell’ACEN il lituano Vaclovas Sidzikauskas, il vicepresidente polacco Stefan Korbonski, il bulgaro George M. Dimitrov, il ceco Josef Lettrich, l’ungherese Ferenc Nagy e il dottor Dobriansky in rappresentanza della natia Ucraina. Oltre ad avere contatti con i partiti repubblicano e democratico degli Stati Uniti, ACEN ebbe legami con il partito dell’indipendenza americana che nel 1968 candidò alla presidenza George Wallace e il vicecandidato presidenziale di dell’estrema destra generale Curtis LeMay. Attraverso il Consiglio di Sicurezza statunitense, Dobriansky e i suoi colleghi di destra, alcuni affiliati alla John Birch Society e agli Young Americans for Freedom, ebbero stretti legami con dittatori e gruppi paramilitari latinoamericani. Vi sono tutte le indicazioni che tali collegamenti continuino ad esistere oggi, con lo scoppio delle violenze in Ucraina subito precedute da violenze simili in Venezuela. Le proteste violente contro il governo del presidente venezuelano Nicolas Maduro sono finanziate da una serie di gruppi paramilitari di destra della Colombia, alcuni dei quali collegati agli stessi elementi fascisti e sionisti responsabili delle violenze in Ucraina. Tali elementi includono l’American Enterprise Institute e il Centro di Studi Strategici e Internazionali (CSIS).
Il cosiddetto problema delle “nazionalità” della Russia e dell’ex repubbliche dell’Unione Sovietica fu spesso usato come arma dalla CIA, dalle sue organizzazioni di facciata e dai suoi sostenitori. Dobriansky una volta tuonò al Congresso su luoghi di cui la maggior parte degli statunitensi non aveva sentito parlare, e di un suo piano per creare tensioni etniche in Eurasia. Dobriansky ridicolizzò i commentatori statunitensi chiedendogli, “Dove si trova la Rutenia Bianca? Dove si trova la Cosacchia?” aggiungendo, “Molti ammettono di non aver mai sentito parlare di Idel-Ural, Azerbaijan o Turkestan”. Oggi, gli eredi di Dobriansky, tra cui la figlia Paula Dobriansky, funzionaria dell’amministrazione Bush al dipartimento di Stato e ardente neo-conservatrice, agitano  la bandiera dell’intervento occidentale in Ucraina e Federazione russa… La loro retorica è così inane e stupida, oggi, come lo era durante gli anni ’50 e ’60, quando i loro antenati si allearono ad  estremisti di destra, come le rancide stelle del cinema Ronald Reagan e Adolphe Menjou, e agli ex-nazisti.
1962584Ripubblicazione è accolto con riferimento al giornale on-line della Strategic Culture Foundation.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L'Europa non rinnega più il nazismo

L'Europa non rinnega più il nazismo

La decisione di non votare una risoluzione Onu di condanna del nazismo da parte dei paesi dell'Unione Europea è un'autentica “svolta ideologica” nella storia del continente. Non è possibile sottovalutare il peso di questa decisione, che immaginiamo avrà coinvolto tutti i primi ministri della Ue, i capi di stato, i ministri degli esteri, a partire ovviamente dalla “signora Pesc”, Federica Mogherini. C'è stato dunque un consenso unanime sulla scelta dell'astensione, pensata come un compromesso tra la posizione estrema di Usa, Canada e Ucraina (contrari) e quella dei favorevoli (tutto il resto del mondo).
Decisione infame ma notevole, visto che la risoluzione includeva anche la condanna di “ogni forma di negazione dei crimini nazisti”, a cominciare naturalmente dall'Olocausto.
Dalle cancellerie europee si dirà - forse, come tardiva giustificazione - che questa risoluzione, presentata dalla Russia, era poco più che una ripetizione di analoghe risoluzioni approvate all'unanimità o quasi dall'Assemblea dell'Onu (già nel 2010 e nel 2012); e che, quindi, si trattava stavolta solo di una furbesca mossa propagandistica del Cremlino per raccogliere una condanna indiretta del nuovo regime ucraino, sorto dal golpe sponsorizzato da Stati Uniti e Unione Europea.
Possiamo senza sforzo convenire. Ma proprio questa motivazione rivela il peso tutto ideologico della svolta pro-nazista della Ue, che con questo voto si sposta in blocco dal fronte democratico antinazista e quello “neutrale”, ovvero indifferente. O peggio.
In pratica questa motivazione spiega che “il merito” non conta nulla (la condanna del nazismo), la cosa più importante è contrastare l'avversario (la Russia) e sostenere l'alleato (l'Ucraina di Poroshenko e Pravy Sektor).
Non ci sono dunque più valori di libertà da difendere, non c'è più il “male assoluto”? Diciamo che con questo voto il concetto di “male assoluto”, storicamente e unitariamente identificato nel nazifascismo, non possiede più dei contorni valoriali riconosciuti e riconoscibili da tutti; ma diventa semplicemente l'etichetta da affibbiare al “nemico di turno”. L'integralismo islamico-sunnita dell'Isis può essere nominato come il nuovo "male assoluto", mentre i nazifascisti in carne-ossa-spranghe-fucili – in qualsiasi paese alleato dell'Occidente – non lo sono più. Se per caso ci fossero nei nazifascisti in un paese dichiarato “nemico” allora quello stigma potrebbe tornare nuovamente di moda; ma solo per il campo nemico, non per “i nostri alleati”.
Questa svolta ha una lunga storia, che data ormai dall'inizio degli anni '80. Durante tutto questo periodo lo stigma nazista ha continuato ad essere usato, anche a sproposito, per indicare il nemico di turno. Ricordiamo soltanto alcuni di questi “nuovi Hitler” che hanno costellato i discorsi dei presidenti statunitensi e quindi anche le prime pagine dei media occidentali. Il derelitto Noriega, agente Cia caduto in disgrazia e dittatore di Panama, è stato il primo ad avere avuto il dubbio onore di essere etichettato in questo modo. Poi è diventato un riflesso condizionato e irriflesso della propaganda, investendo Saddam Hussein (più volte, fino alla morte), Milosevic, Gheddafi, iraniani, dittatorelli africani o asiatici; con qualche penoso quanto infame tentativo di estendere lo stigma anche su rivoluzionari di sinistra (Chavez, per esempio), presto rientrato per manifesta insussistenza.
Questo voto di Stati Uniti e Unione Europea all'Onu mette perciò fine a una chiave retorica che ha caratterizzato tutto il dopoguerra occidentale e dichiara la fine dell'unità (molto conflittuale, naturalmente) del mondo nato dalla guerra contro il nazifascismo. Da oggi in poi “l'Occidente” dichiara di prepararsi a combattere "l'Oriente" e quindi annulla al proprio interno i confini – non sempre molto rigidi – entro cui erano stati rinchiusi i nazifascisti. C'è bisogno anche di topi e carogne, di criminali e serial killer, se questo è l'obiettivo...
Ci sembra notevole che questa svolta avvenga sotto l'egida del “primo presidente afroamericano” della storia. E' una prova che "il mito della razza" era effettivamente solo un mito bastardo ("la razza ce l'hanno i cani", disse la più immensa testa del '900). E ci sembra notevole anche il fatto che sia stata così repentina da spiazzare anche il principale alleato occidentale in Medio Oriente. Israele ha infatto votato a favore della mozione russa; con tutta la buona volontà criminale del suo governo, infatti, proprio non poteva votare contro o astenersi su una condanna dei killer dell'Olocausto.
Ci sembra altresì interessante (per essere notevoli ci vuole un po' di statura) che questa svolta non abbia ricevuto, fin qui, alcuna espressione critica da parte del primo presidente della Repubblica proveniente dalle fila dell'ex Pci. Sempre sollecito ad esternare il proprio pensiero su ogni aspetto dell'attualità politica, dovremmo interpretare il suo silenzio - se perpetuato - come assenso. Con tutte le conseguenze del caso, anche sul piano della sua stessa legittimità costituzionale. Su Renzi e i suoi ministri, invece, la Costituzione esprime già un giudizio implicito, anche se irriferibile...
Il mondo che va alla guerra non ha più bisogno delle vesti idologiche adottate – spesso a fatica e per opportunismo – in tempi di “pace armata”. E l'anima più vera del nazismo – lo sterminio industrializzato – è assolutamente “interna” alla logica del capitale. Quindi, può benissimo esser tollerata. Potrebbe persino tornare utile, se non si troveranno soluzioni “liberal-democratiche” alla crisi...
p.s. Il documento dell'Onu con il voto di ogni paese: Y=yes, N=no, A=astenuto
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L'Onu: “condanniamo il nazismo”: l’Ue si astiene, Usa e Ucraina votano contro

L'Onu: “condanniamo il nazismo”: l’Ue si astiene, Usa e Ucraina votano contro Probabilmente in Italia la notizia passerà inosservata, eppure è significativa del clima generale in cui è immerso il nostro pianeta. 
Come ogni anno da qualche anno a questa parte, ieri l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato una mozione presentata della Russia che condanna i tentativi di glorificazione dell’ideologia del nazismo e la conseguente negazione dei crimini di guerra commessi dalla Germania nazista.
La risoluzione esprime "profonda preoccupazione per la glorificazione in qualsiasi forma del movimento nazista, neo-nazista e degli ex membri dell’organizzazione "Waffen SS", anche attraverso la costruzione di monumenti e memoriali e l’organizzazione di manifestazioni pubbliche". Il documento rileva anche l'aumento del numero di attacchi razzisti in tutto il mondo.
Una iniziativa sacrosanta, si dirà, visti i continui rigurgiti fascisti e nazisti ai quali si assiste sempre più spesso in diversi quadranti del globo.
E invece no. Perché solo 115 dei paesi rappresentati alle Nazioni Unite hanno votato a favore della mozione, mentre in passato il numero dei si era stato assai più consistente, ad esempio 130 due anni fa. Incredibilmente ben 55 delegati si sono astenuti e 3 rappresentanti – quelli di Stati Uniti, Canada e Ucraina - hanno addirittura votato contro.
Ma come, l’antifascismo e l’antinazismo, seppure di facciata e di maniera, non è patrimonio di quei governi che hanno partecipato alla sconfitta dell’Asse negli anni ’40, a costo di enormi sacrifici in termini di morti e distruzione? Evidentemente no. Ed in effetti l’asse Stati Uniti-Canada-Ucraina che hanno votato no con i paesi dell’Unione Europea che si sono astenuti evidenzia la scelta da parte dei blocchi occidentali di sdoganare il fascismo come nemico numero uno dell’umanità, rimpiazzandolo con un estremismo islamico prima impersonificato con Al Qaeda ed ora con il ben più pericoloso Stato Islamico. Con una buona dose di ipocrisia e doppiogiochismo, visto che come era avvenuto con i fascisti e i nazisti, anche i jihadisti vengono ampiamente utilizzati dai governi che li definiscono il ‘male assoluto’ contro i paesi nemici e i governi da destabilizzare in Medio Oriente.
La Russia ha deciso di scrivere un documento che rendesse applicabile in modo universale la Convenzione Internazionale sull’Eliminazione di ogni forma di Discriminazione Razziale, approvata negli anni ’60 del secolo scorso ma rimasta in parte lettera morta.

Sorvolando sull’ampia libertà di movimento e sulla relativa impunità sulle quali i movimenti neonazisti e razzisti possono godere nel paese di Putin, una iniziativa sicuramente lodevole. E che ha messo a nudo un cambiamento di paradigma da parte dell’Unione Europea che ai più sembrava essere sfuggito. I governi degli Stati Uniti non hanno mai esitato a utilizzare i gruppi e i partiti nazisti per ottenere i propri scopi, sostenendo da sempre dittature militari di estrema destra in America Latina oppure gruppi fascistoidi in Africa contro i movimenti di liberazione nazionale o i movimenti anticoloniali. Si spiega quindi il ‘no’ esplicito di Washington e del suo satellite canadese alla mozione russa. Migliaia di gerarchi nazisti e fascisti furono salvati dalla punizione che meritavano alla fine della Seconda Guerra Mondiale e inseriti negli apparati di intelligence delle nuove ‘democrazie’ occidentali in fuzione antisovietica. Ma non era mai successo, finora, che i governi europei si associassero così direttamente agli Stati Uniti per sostenere un colpo di stato fascista in un paese dello spazio europeo come l’Ucraina. Che, guarda caso, è il terzo paese che si è schierato contro la condanna della glorificazione del nazismo. D’altronde non è un segreto che alcuni dei leader politici e delle organizzazioni attualmente al potere a Kiev praticano quella rivalutazione e celebrazione del nazismo, dei suoi simboli, dei suoi ‘valori’ e dei suoi leader storici – uno fra tutti Stepan Bandera – che la mozione russa intende condannare.
Che i paesi dell’Unione Europea si siano astenuti è assai significativo, e la presunta neutralità espressa con l’astensione suona come una presa di posizione inquietante e intollerabile.